L’Hubei dello Stivale (Parte 62): Caccia grossa in zona rossa.

Come tutte le mattine uscite di casa. Il clima primaverile è gradevole. Prendete l’autobus oppure entrate nella vostra autovettura e andate a lavorare. Sull’autobus non ci sono ragazzi con gli zaini, nessuna coda di auto strombazzanti fuori dalle scuole elementari, un po’ meno traffico nelle ore in cui alunni e studenti entrano in asili, scuole e Università.

Crocchi di persone stazionano in piedi fuori dal bar fumando e bevendo il caffè senza sedersi nei dehor (che strano!). La città comincia a pullulare di autovetture, di bus e degli immancabili clacson isterici. Obbligata la gimcana tra i lavori in corso con livello di difficoltà aumentato dalle macchine in seconda fila (i cui proprietari sorseggiano il caffè nei bar di cui sopra). La tangenziale, se sbagliate l’orario di ingresso, è il solito calvario .

Al ritorno dal lavoro passate davanti a qualche parco: tantissima gente, sia in tuta che in abiti civili. Cani, bimbi, anziani, tutti in cerca di verde o di un po’ di frescura; alcuni sono assiepati (o meglio, assembrati) davanti all’ingresso di una gelateria.

Il mercato rionale è la solita bolgia di massaie. D’altronde bisogna rifornirsi di prelibatezze e carni da grigliare in vista delle tavolate delle festività.

Ora immaginate che qualcuno vi cancelli la memoria e vi facesse una semplice domanda:

“siete nella settimana delle vacanze pasquali o in una zona rossa colpita gravemente dalla pandemia del secolo?”

Lo capireste solo notando che alcuni degli avventori al bar hanno una strana sciarpetta al collo e qualche (raro) passante porta correttamente una FFP2 davanti al volto.

Per il resto però è tutto uguale.

Fino alle 20, quando pub e ristoranti non alzeranno le serrande, l’unico indizio di zona rossa, arancione o di altro colore è una “mascherata” diffusa. Pur non essendo più carnevale tutto sa di pagliacciata.

Qualche signora scarmigliata potrebbe farvi pensare ad uno sciopero dei parrucchieri ma non ad una chiusura “chirurgica” di alcuni negozi per l’alto rischio di contagio.

Questa genialata delle Regioni a colori non solo non funziona ma corre il rischio di prolungarsi all’infinito. Solo la campagna vaccinale potrà evitare questa ridicolaggine cromatica del rosso scuro, dell’arancione “rafforzato”, del giallo ocra e del rosa vermiglio.

I dati non mentono

Nel giudicare la evoluzione della pandemia entrano in gioco diversi parametri. Lasciamo perdere l’indice Rt di cui abbiamo già detto più volte e che fotografa la situazione quando ormai i dati sono vecchi di almeno una settimana.

I parametri che tengono banco e che trovano spazio (spesso male esposti) sui tiggì e sui giornali sono:

  • i nuovi positivi (contagi)
  • il rapporto positivi/tamponi
  • i morti giornalieri
  • i ricoveri nei reparti ordinari (con il saldo tra entrate e uscite)
  • i ricoveri in terapia intensiva (con il saldo tra entrate e uscite)

Ometto i contagi totali (quelli accumulati dall’inizio della pandemia) e il numero dei guariti in quanto essi non sono utili a monitorare la evoluzione della pandemia ma solo a dare un dato cumulativo di tipo descrittivo. E’ la semplice storicizzazione di quello che è già stato. Se ne parlerà con cognizione solo quando la pandemia sarà terminata.

Quando qualche giornale si lancia in un trionfante “oggi aumentano i guariti di x unità” la risposta potrebbe essere: ma chi se ne frega. I guariti oltretutto sono destinati per loro natura ad aumentare sempre.

I trend (la tendenza, detta in italiano) è l’unica cosa che conta. Ed i trend, in tutte le Regioni, sia quest’autunno che questa primavera dovevano determinare chiusure vere già da tempo.

Vediamo nel dettaglio questi indici.

Numero dei contagi

Dobbiamo ammettere che da fine febbraio il numero dei nuovi contagi giornalieri non si schioda dai 20.000. Considero totalmente inaffidabili le riduzioni dei contagi del sabato e della domenica che risentono, in relazione diretta, del calo del tracciamento. In altre parole su 7 giorni i dati veritieri sono quelli che vanno dal martedì al sabato. I dati della domenica, riferiti al sabato, sono inaffidabili e quelli del lunedì, riferiti alla domenica, sono inaffidabili al cubo. Nella settimana post-pasquale anche i dati del martedì saranno ben poco utili dato che si tratta dei dati della festività della Pasquetta.

Un parametro molto utilizzato per valutare il controllo dell’epidemia è il numero di nuovi casi su 100.000 abitanti calcolato sui nuovi contagi degli ultimi 7 giorni.

Se consideriamo che un numero di 250 nuovi contagi per 100.000 abitanti in una settimana è una soglia allarmante, l’Italia, con oltre 20.000 contagi al giorno è oltre quella soglia. Infatti, calcolatrice alla mano, 20.000-25.000 contagi al giorno moltiplicati per 7, diviso per la popolazione italiana e moltiplicato per 100.000 dà un valore superiore a questa soglia:

L’aspetto preoccupante è che non ci muoviamo più di li.

Mantenendo costante il numero di contagi manteniamo costante il numero di nuovi ricoveri. E con i ricoveri rimangono costanti i decessi.

Il grafico (media mobile degli ultimi 7 giorni) dimostra che i nuovi contagi sono ormai stabili sui 20.000 casi giornalieri dal 6 marzo.

Nuovi positivi giornalieri - Sole 24 ore - caggiornato al 3 aprile
Nuovi positivi giornalieri – Sole 24 ore – caggiornato al 3 aprile

Rapporto positivi/tamponi

Rispetto alla prima ondata facciamo molti più tamponi ma il dato della prima ondata era decisamente più “pulito”. Nel rapporto positivi/tamponi i positivi stanno al numeratore e possono essere solo casi positivi al test molecolare. Infatti anche un test antigenico positivo deve essere sempre confermato dal gold standard del test molecolare. Mentre prima al denominatore si trovavano solo i test molecolari effettuati, ora il denominatore è diventato peggio di una bettola di periferia dove trovi qualsiasi cosa. Questo avviene ormai in tutte le Regioni. Chi ha spinto con l’antigenico dandolo a piene mani alle RSA, facendo screening di massa (e continuando a farli anche ora), facendolo effettuare ai laboratori privati, produce spesso tanti tamponi e pochi positivi. La triade “test, trace and treat” significa che il test ha un senso solo se c’è un sospetto diagnostico (sintomi o contatto stretto). Possiamo fare una logica eccezione per gli ospedali dove il tampone (antigenico + molecolare) viene eseguito a prescindere per evitare che si diffonda il contagio in un reparto COVID-free (sforzo in gran parte comunque inutile come abbiamo potuto verificare). Quando il test è svincolato dal sospetto diagnostico il rapporto positivi/tamponi viene pesantemente inquinato.

Un test antigenico effettuato, come si fa ancora adesso, su una popolazione di soggetti vaccinati (negli ospedali e nelle RSA) e sugli utenti vaccinati (RSA) darà nel 99,9% dei casi un risultato negativo. Nel mio ospedale su 1.600 tamponi antigenici effettuati abbiamo riscontrato 6 positivi.

Ma quando facciamo un molecolare per un caso sospetto la percentuale è ben diversa. E’ una conseguenza del noto teorema di Bayes: probabilità a priori + test=probabilità a posteriori.

Un tampone eseguito senza una logica di tracciamento determina molti falsi positivi (risultati positivi non confermati al test molecolare) ma ha un effetto fantastico per i Governatori: inflaziona il denominatore (dove troviamo tutti i tamponi indipendentemente dalla tipologia) e abbellisce il rapporto positivi/tamponi totali.

Non siamo in Corea o a Taiwan dove sono in grado di tamponare tutti in poco tempo, isolare i positivi e allarmarsi di brutto per 1.000 casi giornalieri. Paradossalmente se riversi milioni di tamponi antigenici e fai fare tutto a tutti potresti avere un SISP tirato per il collo che non riesce a tracciare i contatti veri con una vasta umanità che si reca a migliaia nei laboratori privati a fare il tampone come se andasse a comprare le sigarette dal tabaccaio.

Il motivo per cui vi sono state infinite scaramucce tra Regioni e Ministero ruota sulla volontà da parte delle Regioni di “diluire” il rapporto e nascondere le problematiche dei laboratori insufficienti e del tracciamento andato a gambe all’aria.

Anche i tamponi antigenici hanno una loro utilità ma solo se usati correttamente e non per falsare il dato statistico.

Inoltre se vi sono tanti positivi vi saranno anche tanti tamponi di controllo. Questi ultimi non sono tamponi di tracciamento ed andrebbero esclusi. Un lavoro immane e dispendioso. Ma utile a capire veramente come viene effettuato il tracciamento dei casi sospetti senza mescolarlo con i casi già confermati.

I morti non “tirano” più

Il conteggio dei morti giornalieri non rappresenta più un motivo per imporre un lockdown (prima) o una zona colorata (oggi). L’assuefazione è palpabile. Anzi è ormai diffusa la convinzione che tanto prima o poi questi pazienti che non superano la malattia avrebbero dovuto comunque morire. Il bollettino di 300-400-500 morti al giorno non impressiona più nessuno. E’ dal 6 novembre (eccetto una solo settimana a fine febbraio 2021) che il conteggio è sopra i 300 morti. Lo diamo ormai per scontato.

Forse bisognerebbe passare a statistiche settimanali: questa settimana 2.000 morti. Così, per provare. Magari amplifica l’effetto.

Il fatto poi che l’Istituto Superiore di Sanità affermi che l’età media dei decessi è pari a 81 anni non fa che rinforzare la narrazione dei contestatori e degli “aperturisti”: in fondo muoiono solo i vecchi, sarebbero morti comunque, si dovrebbero contare i morti per COVID e non con il COVID etc.

Gli “aperturisti” sono più ignoranti della media. Ed infatti ignorano il fatto che la media è solo un indice di tendenza centrale. Muoiono i 90enni ma anche i 70enni ed i 60enni. La media è un numero. Intorno ci sono tante persone e di età molto diverse. Poi se non muore tuo padre o tuo nonno in fondo ce ne possiamo fregare.

I giornali riportano i morti in maggiore evidenza quando cumulativamente fanno cifra tonda: 50.000 morti, 100.000 morti e, fra qualche mese, 150.000 morti

Ben diversa era la situazione a marzo-aprile 2020 dove erano solo gli ospedali stracolmi del Nord ed il numero dei morti giornalieri a tenere banco. I decessi giornalieri salirono da 133 l’8 marzo 2020 a 837 a fine mese. Una malattia sconosciuta che si pensava limitata all’estremo Oriente stava progredendo ad una velocità inimmaginabile. Il tracciamento, praticamente inesistente, arrivava a conteggiare, nel momento di picco, un misero numero di contagi, pari a 5.643 (il 26 marzo 2020) quando è verosimile fossero almeno 10 volte tanto.

Lockdown duro, inevitabile. Tutto era ignoto. La progressione sembrava inarrestabile. Il 9 marzo il Governo Conte chiudeva il Paese, dapprima in parte, con il primo DPCM e poi molto più duramente il 14 marzo, riaprendo con cautela solo il 18 maggio. Due mesi di chiusura vera hanno portato a circa quattro mesi di relativa tranquillità. I morti sono calati vertiginosamente.

Poi sono passati di moda.

I ricoveri

Il motivo per chiudere è che gli ospedali non possono più gestire l’afflusso dei malati.

Gli ospedali pieni non riescono a ricoverare i malati non COVID.

Salta la prevenzione, saltano le visite, saltano i percorsi diagnostico-terapeutici.

Gli “aperturisti” sono sempre in salute ma se loro o un loro familiare avessero una emorragia interna, un incidente stradale, sintomi molto sospetti per una neoplasia, si troverebbero di fronte ad una situazione che “potrebbe” far cambiare loro idea.

Indipendentemente dai contagi è la situazione degli ospedali la cartina di tornasole migliore.

Quando le cose vanno male i letti delle terapie intensive sono occupate da malati COVID per il 30%.

E teniamo presente che stiamo parlando di letti di terapia intensiva già aumentati di numero: collocati nelle UTIC (dove dovrebbere stare gli infartuati), nelle sale operatorie (dove dovrebbero stare gli operati) ed in tanti altri luoghi; ovunque dove si possa attaccare un ventilatore meccanico.

Quando le cose vanno molto male gli ospedali hanno i letti di ricovero ordinario occupati da malati COVID per il 20-30-40 e fino al 50% (o come avviene negli ospedali COVID per il 100% dei letti).

Tutti letti sottratti ad altri malati che moriranno prima per mancanza di assistenza (l’ISTAT ci sta già dicendo quanti; lo vedremo la prossima volta).

Invece quando le cose vanno malissimo si formano le file di ambulanze fuori dai DEA, i pazienti vengono infilati nei sottoscala, la gente muore a casa.

Se una Regione (e un Paese) va bene o va male lo vedi da un dato banale: ricoveri in terapia intensiva e ricoveri ordinari. Senza guardare mai solo al saldo ma anche ai nuovi ingressi. Avere 0 ingressi e 10 uscite fa -10. Ma anche avere 200 ingressi e 210 uscite fa -10. Ma son due cose ben diverse. In Italia siamo nella seconda situazione: minime riduzioni o minimi aumenti nel saldo ma ancora troppi nuovi ingressi.

Terapie intensive oggi

Il dato delle terapie intensive al 3 aprile è identico numericamente a quello delle precedenti due ondate:

Posti letto occupati in terapia intensiva. Dati del Sole 24 ore aggiornati a 3 aprile 2021
Posti letto occupati in terapia intensiva. Dati del Sole 24 ore aggiornati a 3 aprile 2021

Le Regioni che hanno le terapie intensive con una occupazione oltre il 30% sono quelle del grafico sottostante (il Veneto non è mostrato ma è vicinissimo a quella soglia). Solo 6 Regioni sono sotto quella soglia.

I nuovi ingressi in terapia intensiva sono invece lo specchio della gestione superficiale nel Paese e nelle Regioni. A livello nazionale (e in tutte le Regioni con maggiori criticità) gli ingressi in terapia intensiva sono stati costanti, intorno ai 150-200 casi giornalieri.

Oggi, 3 aprile, abbiamo 234 ingressi e 224 uscite. Il saldo è 10 in più. Ma il saldo non rappresenta la drammaticità della situazione. Più di 200 persone solo oggi sono state intubate per covid.

Forse rappresentare le statistiche in modo diverso potrebbe impattare meglio: nella settimana appena trascorsa si sono dovute intubare 1.935 persone per COVID.

Fa un altro effetto rispetto al miserello saldo giornaliero vero?

Nuovi ingressi in terapia intensiva. Media mobile a 7 giorni rappresentata da linea nera - Dati Sole 24 ore
Nuovi ingressi in terapia intensiva. Media mobile a 7 giorni rappresentata da linea nera – Dati Sole 24 ore

Seconda ondata

Primo Paese occidentale ad affrontare la pandemia, presi ad esempio per come avevamo coraggiosamente affrontato una minaccia improvvisa e terribile, avremmo dovuto essere mèmori della esperienza primaverile.

Invece sbrachiamo alla grande nella seconda ondata.

I morti ormai impattano di gran lunga meno nell’immaginario collettivo.

Se al primo lockdown i morti giornalieri erano meno di 200, per istituire le zone rosse del 6 novembre ce ne sono voluti 446.

I casi giornalieri erano oltre 37.809. Gli ospedali (questa volta non solo al Nord ma in tutta Italia) erano già in gravissima difficoltà.

Imperdonabile.

In questo post del 1 novembre 2020 (“a 150 all’ora contro un muro”) il quadro è chiaro: la situazione di terapie intensive, ricoveri e decessi è di gran lunga peggiore in confronto al quadro dell’Italia a marzo, a lockdown duro già iniziato. La scritta “ORA NOI SIAMO QUI” è riferita al numero di decessi cumulati rispetto alla curva epidemica del mese di marzo:

Situazione al 1 novembre 2020
Situazione al 1 novembre 2020

Il trend è chiaramente in crescita esponenziale. Ma si aspetta ancora fino a che una sera nel mio ospedale, protezione civile ed esercito arrivano a posizionare barelle nella Chiesa e nella Sala Convegni.

Era il 6 novembre.

Fuori dagli ospedali l’Esercito monta tende da campo, la situazione peggiora di giorno in giorno, con la aggravante che questa volta gli ospedali del centro sud sono colpiti in pieno.

Il Governo ed il Commissario Arcuri perdono la faccia con l’invenzione dei banchi a rotelle, con l’aumento strutturale dei posti di terapia intensiva (mai visti), con il potenziamento degli organici degli ospedali (ma dove) con la gestione dell’emergenza, ma soprattutto con le misure di prevenzione.

L’unico a chiedere a gran voce un lockdown duro fin da subito, ripetendolo fino allo sfinimento, è il Prof. Ricciardi che alcuni “aperturisti” definiscono come un “terrorista”.

Ma il Prof. Ricciardi, come altri “estremisti” che la pensano come lui, conoscono molto bene come si gestiscono queste situazioni.

Altri, fino all’altro ieri, confondevano l’epidemiologia con l’astrologia e oggi si ritrovano a blaterare sciocchezze senza conoscere nulla di modelli previsionali, di virologia, di diffusione dei contagi.

Tra gli aperturisti troviamo ancora una volta i Governatori delle Regioni che “hanno il polso della situazione”.

Ecco alcuni esempi anticipatori della terza ondata:

Una capatina negli ospedali e uno sguardo ai grafici non avrebbe nuociuto.

Aprono la bocca per dare aria ai denti.

La terza ondata e le zone rosse pasquali

Oggi siamo alla replica della replica. Con il gravissimo errore che l’incremento dei contagi e dei ricoveri è stato a lungo ignorato in una situazione in cui ospedali e terapie intensive avevano ancora molti malati COVID all’interno delle strutture.

Il confronto tra come abbiamo affrontato la seconda ondata e in che situazione eravamo prima della ondata attuale è evidente:

La situazione dei ricoveri ordinari e delle terapie intensive non era dissimile.

Però ci sono alcune differenze importanti.

Non abbiamo più i tendoni dell’esercito (smontati)

Non abbiamo più le barelle in chiesa (portate via)

Non abbiamo mai avuto strutture alternative per poter deviare i ricoveri in eccesso.

Il Piemonte brilla (in negativo) per la gestione di questi spazi.

Durante la prima ondata fu creata un’area per gestire pazienti sia di bassa che di alta intensità presso il sito espositivo delle OGR a Torino. Inspiegabilmente fu smontato e mai più riaperto.

Durante la seconda ondata fu creato un enorme “polmone” da quasi 500 posti letto presso il Parco del Valentino che non è stato mai praticamente utilizzato (è stato completato quando il picco era già passato).

Foto di gruppo e slogan si sono sprecati a favor di telecamere e giornali.

Nella terza ondata questo spazio non è stato finora aperto.

Perchè?

Perchè si sono trovate soluzioni alternative.

Nei sottoscala degli ospedali si è trovata una collocazione più che idonea:

Dal sito Repubblica Torino
Dal sito Repubblica Torino

Grigliate pasquali

Ora, tutto ciò premesso, considerando che la zona rossa è fallimentare (a parte il coprifuoco delle 22) e ognuno fa quello che gli pare, spiegatemi come potrebbe funzionare a Pasqua.

Due giorni fa mi reco dal macellaio per prendere due fettine di fegato e un po’ di petto di pollo tagliato a fettine.

Fuori della macelleria lo spettacolo era quello del mercato medievale quando c’erano i tornei dei cavalieri. Ognuno portava via pezzi interi di animali quasi che dovesse fare offerte agli dei per far finire la pandemia.

Invece no. Erano le salmerie per le grandi abbuffate pasquali.

Con la coda dell’occhio uno di questi assatanati caricava nel baule montagne di braciole e salsicce a fianco di sacchi di carbonella monumentali quasi che dovesse cremare in una enorme pira tutto il Comitato Tecnico Scientifico.

Ecco la zona rossa. Carne di bovino, di maiale, capocollo, salsicce, agnello, arrosto, salamelle.

Carne alla griglia per tutti.

Vedrete che dopo Pasqua i ricoveri ed i contagi non scenderanno.

Per Pasqua brinderemo ai vaccini, poi si vedrà.

4 risposte

  1. Lorenzo Varetto ha detto:

    Sempre bravissimo, grande divulgatore

  2. Lorenzo ha detto:

    Urge una tua analisi su vaccino-trombosi. Dagli organismi di informazione non si riesce a capire se questi eventi avversi siano casuali o se in parte, comunque marginale, ci sia una correlazione. Aiutaci a capire. Ciau e grazie per tutti questi preziosi contributi di conoscenza. Varèt

    • Gabriele Gallone ha detto:

      Ci sto lavorando ma ogni giorno c’è una novità. In parte questi casi sembrerebbero correlati ma con una incidenza rara in confronto ad altri farmaci di uso comune. Il tema è scottante per molti Governi alle prese con una campagna di vaccinazione già a rilento. Il tema è che se viene limitato Astrazeneca agli ultra65enni e Pfizer e Moderna sono solo per gli anziani la gran parte della popolazione dovrà aspettare il Messia o qualche altro vaccino

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