L’Hubei dello Stivale (Parte 3) – Matematica da strada

……(segue dalla seconda parte)

Mentre i Governatori-Maragià e il minipremier si mandavano a fare in culo in videoconferenza (25 febbraio) sul caso Codogno, sulle mascherine e su tutto il possibile, “mascherando” in maniera posticcia attriti determinati dal fatto di appartenere anche ad opposte fazioni politiche, il Governo comincia a emanare decreti, DPCM e circolari che si embricano con una selva di disposizioni comunali, regionali e della Protezione Civile, creando il massimo del casino possibile.

Interviste a distanza di sicurezza?
Interviste a distanza di sicurezza?

C’è troppo panico però.

Un panico amplificato da editorialisti e titolisti all’arrembaggio.

Come dimostra la prima pagina della Stampa del 22 febbraio, con un editoriale che ha questo ìncipit:

La parola d’ordine è – deve essere in queste ore – non scatenare un’esplosione di paura, ansie, pregiudizi. Ma, certo, con consapevolezza e senza allarmismi, questi primi casi di infezione da coronavirus – contratta indiscutibilmente sul suolo nazionale, in un’Italia blindata dal divieto dei voli diretti tra il nostro Paese e la Cina – fanno suonare una campana d’allarme che è difficile ignorare……..

Il titolo a prima pagina è estremamente contenuto e misurato: “Lo spettro dell’untore invisibile”.

A parte un articolo determinativo ed uno partitivo, la triplice enunciazione (spettro, untore, invisibile) richiama il miglior corollario dei film horror sul paranormale.

Nell’estate del 1630, un titolo simile sarebbe stato ideale. Era il periodo della peste di Milano, descritta mirabilmente da Alessandro Manzoni nel saggio “La colonna infame” in cui presunti “untori” furono torturati ingiustamente fino alla morte.

Ed infatti qualche coglione comincia a menare le mani prendendo di mira qualche cinese (tra cui una, residente a Torino da 20 anni che avrà visto Wuhan solo in cartolina).

Dopo una fase confusa, con roboanti posizioni dei partiti politici, sempre pronti a razzolare nelle mangiatoie a tramoggia delle occasioni a fini elettorali, si decide di rallentare un po’.

Si passa pertanto dalla teoria dei “troppi contagiati perchè facciamo troppi tamponi rispetto a Francia e Germania”, poi al fatto che “abbiamo una letalità più alta perchè ci concentriamo solo sui casi gravi”, poi alla teoria che “facciamo i tamponi anche ai morti” fino al “tranquilli, l’80% guarisce”.

I giornalisti a questo punto buttano acqua sul fuoco piegando e storpiando i contenuti delle dichiarazioni tramite i soliti sintetici titoli o tramite interpretazioni azzardate.

Supponiamo che voi possiate riunire in un aula 100 giornalisti per saggiare la loro preparazione epidemiologica con queste semplici domande:

DOMANDA 1: Il candidato enunci la differenza tra mortalità generale, mortalitá di malattia e letalità di malattia utilizzando alcuni esempi

DOMANDA 2: Il candidato illustri la differenza tra tasso e proporzione con esempi pratici.

Pochi, vi assicuro, superebbero il test. A giudicare dagli articoli usciti sui giornali e dagli strafalcioni televisivi penso pochissimi.

Un esempio è dato dalla Stampa (25 febbraio): Il Prof. Ricciardi, alla conferenza stampa della Protezione Civile comunica che:

“l’80% dei contagiati guarisce senza problemi, il 15% ha problemi seri ma gestibili (Ndr: in ospedale), solo il 5% muore” (All’Ansa è poi arrivata la precisazione di Ricciardi: solo il 3 per cento muore)

Il titolo della pagina invece è “il 95% malati guarisce”. Che è una cosa completamente diversa da quella comunicata.

La stessa distorta interpretazione si ritrova in questo articolo di Repubblica del 26 febbraio dal titolo “Terapia antipanico 3: come si calcola la mortalità del coronavirus”.

Già il titolo denota l’ardita gestione semantica della differenza tra letalità vs. mortalità che sarà ivi espressa.

Questo articolo, linkando il video della conferenza stampa del Prof. Ricciardi, enuncia lo stesso distorto concetto: il 95% delle persone guarisce. Il che è sbagliato in quanto induce a pensare che per il 95% delle persone la malattia sia una praticamente robetta che si risolverà da sola. Non è così. Il 15% (problemi seri ma gestibili) che il giornalista aggiunge artatamente all’80% (che invece contrae una forma lieve), è rappresentato da persone che in gran parte finiranno per passare settimane in reparti di degenza già solitamente intasati. L’articolo chiosa con una frase di uno scienziato basato a Boston, tal Alessandro Vespignani (che è un professore di informatica e fisica alla Northeastern University di Boston) il quale afferma:

il tasso di letalità è probabilmente dieci volte più basso di quello valutato oggi. Quindi è probabile che questo evento non sarà affatto la fine del mondo, come molti media lo stanno dipingendo in queste settimane. Avrà sicuramente un impatto sul sistema sanitario, ma comparabile a una pessima stagione influenzale o poco più”.

Già.

(Tra parentesi la letalità non è un tasso. E neppure un procione).

Comunque la discussione relativa a bassa o alta letalità hanno in questa situazione una importanza assai limitata rispetto ad un altro fattore ben più importante.

E’ del tutto evidente che la letalità della SARS-CoV-2 (la forma più grave della COVID-19) non è quella dell’Ebola, nè della SARS, nè della MERS. E’ una letalità decisamente più bassa.

L’Ebola ha una letalità variabile, a seconda delle epidemie avvenute e quindi del tipo di virus responsabile, che varia dal 25% al 90%. La malattia ha un andamento talmente violento che è estremamente difficile che un contagiato non venga individuato a meno che non si verifichi in villaggi remoti dell’Africa equatoriale.

La SARS e la MERS, provocate anche esse da coronavirus, hanno una letalità che varia dal 10 al 35% rispettivamente.

In queste patologie, la letalità si può stimare con buona approssimazione a quella reale, malgrado il numero di casi totali sia decisamente più basso.

Nella figura sottostante (aggiornata al 5 marzo per la COVID-19) sono rappresentati i differenti indici di letalità delle principali patologie epidemiche degli ultimi anni. Ebola, MERS e vaiolo hanno letalità superiori al 30%. A seguire la SARS (del 2003) e la COVID-19 (o SARS-CoV-2). La Covid-19 riporta due stime: una si riferisce ad una stima basata sui dati attuali (letalità 3.4%) ed una più contenuta (letalità 1%) ipotizzabile come reale.

La Covid-19 ha uno spettro amplissimo di manifestazioni cliniche che vanno da sintomatologie lievissime o addirittura inesistenti (che non vengono attualmente diagnosticate), a sindromi simil-influenzali, fino a evoluzioni drammatiche con polmoniti interstiziali che possono portare a morte anche in pochi giorni.

La letalità della Covid-19 attualmente è pertanto stimabile tra l’1 ed il 3% dei casi totali contagiati. Purtuttavia, anche una stima della letalità dell’1% sarebbe 10 superiore a quella della comune influenza.

La letalità si calcola sul numero totale di morti al numeratore ed il numero di contagiati al denominatore.

Letalità o Case Fatality Rate (CFR)
Letalità o Case Fatality Rate (CFR)

Il Case Fatality Rate (o letalità come la chiamiamo noi) è riferita ad una patologia X (in questo caso la COVID-19). Essa è data dal rapporto tra il numero dei decessi causati dalla patologia, posti al numeratore, ed il numero dei contagiati con la patologia X al denominatore. Il rapporto viene moltiplicato per 100 per ottenere una percentuale.

Quindi se ho 1.000 contagiati e 25 morti, l’indice di letalità è 25/1000=0,025. Moltiplicato per cento ho 2,5%. Quindi ogni 100 casi mi aspetto 2,5 decessi.

Ma il problema, ripeto, non è la letalità. La letalità varia per molti motivi anche da Paese a Paese. Se calcoliamo l’indice di letalità anche tra Provincia e Provincia e tra Città e Città troveremmo valori anche molto diversi.

I motivi sono svariati e uno dei più noti è il seguente: noi non conosciamo il numero esatto dei contagiati che va posto al denominatore di quella formula. Questo numero è sicuramente molto più alto di quello che conosciamo ora.

Pertanto la letalità è decisamente più bassa di quella che sta emergendo in Italia.

Al di là della questione relativa alle percentuali, che spesso obnubilano la mente di molte persone, la comunicazione a fine febbraio doveva essere posta in maniera completamente diversa, ovvero:

“Attenzione, il 20% dei contagiati contrarrà una forma seria che, anche se gestibile, richiederà molto spesso il ricovero. Ogni 4 ricoverati 1 di essi finirà in terapia intensiva o in rianimazione. Una parte di questi ultimi morirà”

Come vedete ho usato anche io le percentuali ma il messaggio è molto più preoccupante rispetto a: “il 95% guarisce”. Il focus viene infatti spostato sulla sostenibilità dell’impatto del Covid-19 sul nostro Sistema Sanitario Nazionale e non su quanti guariscono e quanti muoiono.

La domanda che a questo punto un medico ospedaliero avrebbe potuto fare sarebbe stata questa:

”Scusate, ma…..il 20% di ricoverati di cosa?”

Chissà se i geniacci del management sanitario si sono posti questo problema.

A Wuhan, costruivano nuovi ospedali per battere forse un record del Guinness dei primati?

(…continua)

5 Risposte

  1. Maurizio Dagna ha detto:

    Caro Gabriele e chi legge,
    concordo con la tua lucida esposizione , ma sopratutto con la considerazione che i dati in qualunque campo siano estrapolati, o sono giusti o no e quindi inutili a qualunque scopo !
    Mi permetto di sottoporre alla Tua attenzione e a chi riterrai opportuno questa mia piccola idea inviata a Chiara Rivetti ( sicuramente perfezionabile da chi ne sa più di me di epidemiologia e di statistica) nata proprio dal quesito finale che Tu hai messo in evidenza con puntuale corretta precisione :
    ”Scusate, ma…..il 20% di ricoverati di cosa?”
    Spero vivamente che Tu ( e altri ) la legga e abbia il tempo di fare delle osservazioni

    “Carissima Chiara,
    dal mio eremo Ti scrivo non solo per complimentarmi con Te per come interpreti il ruolo di Seg.Regionale ma anche per sottoporti una idea per un progetto sulla questione del giorno l’EPIDEMIA .
    Ho saputo stamani da Marco Muratore che facevi parte dell’Unità di Crisi ma ora ( h.19.15 del 20/03/2020) mi ha giusto detto che ti sei tolta per avere più libertà di azione come sindacato.
    Vengo al dunque , vorrei che Tu valutassi questa mia idea in base anche alla recente Tua esperienza nell’Un.di Crisi ed eventualmente la presentassi come e dove ritieni opportuno se ti sembra utile.

    Si tratta di un progetto di studio del tipo di ” Coorte” ,ovvero si individua una certa popolazione esposta ad un medesimo fattore di rischio e se ne analizza il comportamento in un certo arco di tempo a piacere .
    Nel caso in questione la mia proposta non ha scopo di analisi dei fatti ex post ma di un’analisi contemporanea al corso degli eventi ( per un periodo breve 20/30 giorni al massimo) che porti a formulare una tesi predittiva su ciò che sta succedendo e che succederà dopo.

    Praticamente

    1)scelta di 2 quartieri di Torino non contigui ma con una simile densità di popolazione
    2)in uno stesso giorno eseguire tamponi su una popolazione di circa 4/500 persone per ognuno dei quartieri (quindi circa 800/1000 persone) suddivise per fasce d’età e che siano assolutamente ASINTOMATICHE rilevandone ovviamente i dati anagrafici .

    3) ripetere il tampone alle stesse persone dopo 8/10 giorni
    rilevando ovviamente anche quanti hanno presentato sintomi, di che tipo, in che fascia d’età, se ricoverati o deceduti.

    4) ripetere il punto 3 dopo altri 8/ 10 giorni

    SCOPO

    Essendo il campione omogeneo in quanto assunto nello stesso giorno, nella stessa città in due zone diverse si riducono i fattori di variabilità e si valida un risultato che può essere facilmente generalizzato e applicabile a tutta la popolazione nazionale ( il contagio non è politico,di classe ecc. come gli exitpoll)
    In sostanza si monitora una popolazione qualunque e il suo comportamento per circa 20/30 giorni e si ha la possibilità di predire l’evoluzione con una variabile d’errore modesta .Questo costerebbe (in tutti i sensi) solo 3000 tamponi !!!!!!!!

    Lo scopo è :
    a) sapere quale è la vera diffusione del contagio tra la popolazione al momento di ognuno dei 3 rilevamenti
    b) quale è, quantitativamente e qualitativamente, la dinamica della MALATTIA vera e propria
    c) predire con una approssimazione ragionevole quanti Posti Letto , quanti Posti di Ventilazione Assistita e quanti di Rianimazione saranno necessari e dove di più e dove di meno.
    d) predisporre i piani di approvvigionamento in anticipo
    e) evitare la dispersione e la non produttività dei tamponi che non sembra siano sufficienti per un’esecuzione a tappeto anche perché fotografano una situazione istantanea e non il divenire dinamico dei contagi .
    f) considerare l’affidabilità dei tamponi stessi in relazione al decorso clinico della popolazione considerata

    In sostanza si tratta di una analisi epidemiologica che non servirà a dire alla fine quanta gente si è ammalata , quanti sono morti ecc. ma al contrario un modo relativamente rapido per affrontare adesso il dramma preparandosi in tempi e modi per affrontarlo.”

    Un abbraccio
    Maurizio Dagna

  2. Andrea ha detto:

    Grazie per aver riassunto una storia che raccontata tra qualche mese dovrà, DOVRÀ, insegnare qualcosa a tutti, ma soprattutto a chi è deputato per professione a gestire le emergenze sanitarie. E qui è il mio commento. Voglio trascurare i politici di turno, di loro avevo e ho poca stima figuriamoci se me li vedo a gestire qualcosa che neanche sanno descrivere, ma i nostri professori delegati OMS, ISS e via srotolando i gradi, cosa hanno pensato di tutto questo? E i nostri DG, DS direttori di struttura che misure hanno preso? Da quello che vedo c’è caos nel caos non esistono piani precisi di risposta a questa epidemia. I piani di maxiemergenza ospedalieri, obbligatori per legge, sembra che neanche siano stati tirati fuori dal cassetto, nessuna piramide gestionale, reparti COVID aperti senza che fosse nominato un responsabile che dicesse al medico tirato dentro per necessità cosa fare, cosa fare e basta senza divagare (in base alla sua cultura medica). Nessuna regola chiara, da applicare senza fronzoli e senza invenzioni del momento. Un disastro gestionale. I colleghi delle terapie intensive sono tra i pochi che sanno cosa fare perché lo hanno sempre fatto, ma ora sono sotto assedio e mi chiedo quanto reggeranno a carichi di lavoro così alti. E il territorio? Come non si è capito che un’epidemia va combattuta fuori dagli ospedali e che fuori dall’ospedale il sistema Italia ha delle grosse lacune sia numeriche che gestionali. Il territorio andava implementato a costo di mandarci a lavorare sanitari dell’ospedale e gli ospedali andavano protetti. Ma i nostri delegati OMS, i nostri delegati ISS non lo hanno ritenuto opportuno. Ora, almeno nelle zone più colpite, siamo costretti nella trincea dell’ospedale, moltiplichiamo posti COVID nella speranza che basti. Siamo sulla difensiva sperando che chi ci picchia prima o poi si stanchi. La tattica di Rocky Balboa, speriamo di restare in piedi come lui…

    • Maurizio Dagna ha detto:

      ad Andrea mi permetto di ricordargli nelle mani di quali “competenti ” siamo finiti.
      cominciando dall’assessore per proseguire ai vari responsabili dell’Unità di crisi ecc. per cui l’unica cosa su cui c’è da stupirsi è che ancora qualcuno si stupisca.
      Voglia ricordare che 2 o 3 governi fa assurse al ruolo di Ministro della Sanità tale Beatrice Lorenzin;
      costei, interrogata su quali competenze avesse in materia di sanità, rispose tranquillamente di essere in possesso di maturità classica e di aver fatto molto volontariato (sic et simpliciter) .

  3. Ugo Marchisio ha detto:

    Ugo Marchisio, 25/03/2020
    L’unico campione epidemiologico in cui tutti sono stati testati e quindi sappiamo con precisione i denominatori è quello della nave Diamond Princess: persone 3.711 tra passeggeri ed equipaggio (campione della popolazione variegato ma complessivamente di età piuttosto avanzata per quanto riguarda i passeggeri) => contagiati 705 (= 19%) => deceduti 7 (letalità/CFR = 1%) … i conti tornano rispetto a quanto sostiene Gabriele nell’articolo!

  4. Maurizio Dagna ha detto:

    utile contributo di Ugo Marchisio ,che saluto cordialmente, manca purtroppo per la Diamond Princess il seguito cioè il controllo a distanza dell’ Evoluzione di quella “COORTE” e quindi i dati sono limitati alla fotografia ad un dato momento e probabilmente utili al solo fine deceduti .
    Se ho capito bene
    un cordiale saluto

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